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L’allestimento di questa mostra è anche un tributo al cinema, in Italia come nessun’altra arte entrato in guerra dialetto di propaganda fascista, uscito Neorealismo ad incantare il mondo.

Dalla Grande Guerra – per i musei e le sistemazioni di paesaggio fatti in Trentino, cominciati nel 1995 e tuttora in corso 1 – alla Shoah – per la mostra allestita al Vittoriano nel 2004, prima volta in Italia per affrontare tale argomento 2 – alla Seconda Guerra Mondiale con la liberazione di Firenze, in questa occasione: finalmente, anche un pezzo del nostro impegno civile, professionale e di ricerca verso uno dei momenti delicatissimi per la storia del luogo più intenso dove ci è dato lavorare.

Va sottolineato in questo caso che il tema generale è tuttora indefinito, dato che nell’Italia di oggi non esiste una posizione univoca rispetto all’eredità del Fascismo – se non in un passo sempre meno praticato della Costituzione. Per cui, a differenza che in Germania, ove con mostre, musei ed eventi si continua a spiegare l’orrore del Nazismo, in Italia ogni tanto un bischero può far suonare di nuovo il disco (rotto) del Fascismo buono etc. Su questo terrain vague abbiamo lavorato per trasformare le sale dell’Istituto Storico della Resistenza Toscana in Palazzo Medici Riccardi per preciso intento museografico site-specific, così da farne frammento di paesaggio urbano dentro la città attuale, operato per trasposizione di senso.3 A ciò va aggiunto Palazzo Pitti – sopravvissuto al “taglio” del percorso in situ che avrebbe reso visibili su tablet e smartphone le distruzioni belliche fiorentine in realtà aumentata – per la vicenda dei quasi 5000 sfollati che ospitò, documentati con le foto del giovane talento del gruppo michelucciano degli architetti della Stazione di Firenze, Nello Baroni.

Una sfida che, come altre volte, non sarebbe stata possibile se non a ranghi serrati insieme alla compagine curatoriale ed istituzionale; con risorse per cui – nel resto d’Europa – nostri stimati colleghi avrebbero realizzato non più di un terzo della superficie espositiva di qua. Rispetto a ciò, va chiarito, abbiamo operato anche scelte dure, verso una idea rough di esposizione/condivisione, con un furibondo esercizio di equilibrio tra budget totalmente inadeguato e questione espressiva legata al tema.

S’entra nella Firenze di fine anni ’30, circondati dal Wall-Patchwork – come pellicola di film esplosa in mille fotogrammi restati appiccicati al muro e trasformati in sguardi sulla città in bianco e nero. Spina dorsale dell’allestimento, il Wall-Patchwork segue la cronologia della mostra arricchendola delle immagini della città com’era; nelle sale farà emergere anche la linea narrativa d’una serie di racconti visivi e sonori che provvederanno poi di alcuni piccoli “sfondati” in video la parete stessa. Sempre nella sala d’ingresso, al centro d’un pavimento tra i più brutti del mondo, è un grande tavolo ibrido – con documenti in originale e con storie e testimonianze interattive per quanto possibile – che ha funzione anche di punto di accoglienza.

Nella prima sala è “La città della guerra” dove i visitatori s’incontrano e si mescolano con dieci sagome di donne uomini e bambini – immersione emozionale, corpo a corpo in pari scala; sul lato tergale ognuna di queste sagome descrive e documenta, proiettandosi verso la parete di immagini dei luoghi, infine scontro tra la natura umana e cruda fisicità degli spazi urbani. 4 Alle pareti filmati su grande scala, la città com’era, la campagna di protezione dei monumenti etc.

Nella sala successiva è “La città dell’occupazione”, con dieci sagome ancora bifronte e quattro intervistati alle pareti – col gioco delle teste alla stessa altezza etc. Di qui si accede al cuore educational, la sala Memory Sharing realizzata da Filippo Macelloni e Lorenzo Garzella: 5 uno strumento che – in network con History Pin – serve anche a riattraversare la storia come mezzo di dialogo intergenazionale. In questa sala un tavolo con mappa di Firenze ed un grande schermo consentono di visualizzare in tempo reale quanto va nel sito web dedicato; è qui che nipoti nativi digitali inseriscono in rete materiali e testimonianze restituiti dal ricordo dei nonni; è qui che dal ricordo individuale alla memoria collettiva, la mostra finalmente dichiara la sua natura di laboratorio in fieri.

Ultima sala “La città della liberazione”, con dieci pannelli bifronte ancora da camminarci nel mezzo leggendo, con due interviste nuove in video, ed un film che prosegue il racconto su un altro piano, proiettato sulla parete opposta a quella della città di immagini.

Leggendo il catalogo della mostra, che è fatto di ricerche di lunga lena, è ora tempo finalmente di uscire all’aperto per attraversare l’anima di Firenze ed il suo fiume già linea di confine per le distruzioni delle mine. Eccoci dunque in Pitti ove, avendo riciclato legni dell’appena conclusa mostra di Jacopo Ligozzi, con una parete più lunga inclinata ed una piccolina rivestite del ricordo del diario di Baroni, sfidiamo l’impresentabile vestibolo del Rondò di Bacco per esporvi lo slide show con le foto di Baroni medesimo, anticamera ad un misterioso film sonoro di Macelloni e Garzella. Così anche ci è sembrato di poter contribuire a condividere una riflessione sulla vicenda umana degli sfollati che in quel vasto lacerto di rinascimento che è Palazzo Pitti vissero la guerra, follia di sangue di tragedia di popoli vincitori e vinti.

Giacomo Pirazzoli e Francesco Collotti

– allestimento di Giacomo Pirazzoli e Francesco Collotti

con Cristiano Balestri

coll. Natalia Bertuccelli Gubin/CrossingLab (Università di Firenze-DiDA) e Giada Cerri (IMT Lucca).

– postazione Memory Sharing, filmati ed interattività di Filippo Macelloni e Lorenzo Garzella

con MICC-Università di Firenze, direttore Alberto Del Bimbo

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